A proposito di cura

Le radici delle professioni di cura sono molto profonde, risiedono nell’antichità. È una favola latina, traduzione di un antico mito greco, che per prima racconta di Lei, Cura, la dea. Un tal Igino (Gaio Giulio Igino, 64 a. C. circa- 17 d. C. circa) la mette nella sua raccolta di Fabulae. Si dice di lui che fosse il bibliotecario di Augusto, e che fosse anche un trascrittore di miti. Igino è il solo a riportare il mito di Cura. Non ci sono tracce di Lei in nessun altro testo antico. E non siamo a conoscenza di iconografie che la ritraggano.

Abbiamo rinvenuto questa, che però raffigura Prometeo nell’atto di modellare il primo uomo col fango, e Athena che gli infonde il pensiero (Frammento di un sarcofago romano del 180-190 a.C. conservato al Museo del Prado, Madrid)

Cura, nell’attraversare un fiume,
vide del fango argilloso,
lo raccolse pensosa e cominciò a modellare un uomo;
mentre stava osservando ciò che aveva fatto, arrivò Giove.
Cura gli chiese di dar vita alla statua e Giove la esaudì senza difficoltà;
ma quando Cura volle dargli il proprio nome,
Giove glielo proibì e disse che doveva dargli il suo.
Mentre Giove e Cura discutevano sul nome,
intervenne anche la Terra,
dicendo che la creatura doveva avere il suo nome,
poiché era stata lei a dargli il corpo.
Elessero a giudice Saturno,
che a quanto pare diede un parere equo:
Tu, Giove, perché gli hai donato la vita (…) ne riceverai il corpo.
Cura, poiché per prima lo ha modellato, lo possegga finché vive;
ma visto che è sorta una controversia a proposito del nome da dargli,
lo si chiami uomo perché è fatto di humus“.

(traduzione di Agnese Bellieni, da Peter K. Marshall, Hygini, Fabulae, Stutgardiae; Lipsiae: in aedibus B. G.
Teubneri, 1993)

Cura è una dea minore dell’Olimpo. E questa informazione ci dice almeno due cose.

La prima: la cura non può che essere qualcosa di ambivalente. Questo perché Cura, come ogni altra divinità dell’Olimpo, è ambigua, ha due manifestazioni opposte. È un Giano bifronte. La parola cura è una parola latina e significa per l’appunto “affanno, preoccupazione, inquietudine, peso” e “premura, sollecitudine, sollevamento”.

La seconda: esiste una dea a rappresentare la cura, ed è stato scritto un mito, un racconto di così grande importanza, su di Lei. La cura era considerata già in antichità essenziale. Dopo Igino altri hanno personificato Cura, mettendo in evidenza proprio la sua ambiguità.

Orazio (65 a. C.- 8 d. C.) in Carmina 3, 1, 40 scrive “post equitem sedet atra Cura“, “dietro al cavaliere siede il nero affanno” . Atra cura è l’ansia, l’ansia del tempo che fugge e della morte che giunge. È atra, nera, perché ater è il colore della morte. Orazio è poeta contemporaneo di Igino, portatore, dell’immagine di Cura come inquietudine, angoscia esistenziale, come lo è prima di lui Virgilio, del quale Orazio prenderà il posto come poeta cantore di Augusto, in seguito alla morte dello stesso Virgilio. Virgilio (70-19 a. C.) pone la personificazione della vendicatrice Cura (ultrices Curae) davanti all’ingresso degli inferi.

Per ritrovare una personificazione di Cura dobbiamo attendere il Romanticismo tedesco, con Das Kind der Sorge (Il bambino di Cura) di Johann Gottfried Herder (1744-1803). Da questa poesia, scritta dal suo maestro, Goethe (1749-1832) apprende l’esistenza del Mito di Cura e ne introduce il tema principale nella, sua opera più importante, il Faust. Il Dr Faust, impegnato con passione nella ricerca scientifica e razionale, vuole essere libero dalla cura, cioè libero dai disturbi dell’ansia della cura, per essere più efficace nel lavoro di raggiungimento dei suoi obiettivi, assai complicato se perseguito con le risorse umane ordinarie. Perciò fa un patto con Mefistofele, il diavolo. In cambio della conoscenza e dell’assistenza di Mefistofele, Faust concorda di essere suo schiavo; è concordato a priori che Faust potrebbe perdere la sua anima al diavolo durante questo processo. Nell’atto finale del dramma, Faust è diventato potente e ricco, il sovrano di una terra fiorente che ha ricavato dal mare. Egli scopre che l’ingannevole Mefistofele, a sua insaputa, ha orribilmente distrutto con il fuoco l’ultima abitazione destinata alla demolizione dal progetto di acquisizione del territorio; la vecchia e pacifica coppia che abitava la casa, alla quale Faust aveva promesso una ricollocazione, era stata uccisa dall’incendio. Inorridito, Faust rompe il patto con Mefistofele. Egli vuole ritornare ad essere davanti a Natura come si trovava prima di stringere il patto con il diavolo. Questo cambiamento interiore prepara la scena alla lotta interiore di Faust e alla comparsa di Cura, una vecchia strega che si denomina da sé “eterna ansiosa compagna“, e rimprovera Faust di non averla mai conosciuta: “Hai mai conosciuto Cura?“. Ella denuncia l’oscurità e l’ambiguità dell’anima di Faust, e lo acceca perché egli l’aveva consapevolmente misconosciuta. Il terribile potere del peso di Cura quasi sopraffà Faust ma non riesce a conquistare la sua anima. Insieme al profondo orrore che Faust prova per i suoi errori, le denunce di cura hanno l’effetto di portarlo a vedere oltre all’aspetto di inquietudine, peso, affanno di Cura, anche quello di sollecitudine, di sollevamento, di positività. La sua ambizione, che lo aveva portato ad impietose conquiste, allo sfruttamento di tante persone, e alla distruzione di quella vecchia coppia, si trasformò in una genuina sollecitudine verso il suo popolo. Cura si rivela così nel suo doppio aspetto.

Sarà poi Martin Heidegger a riprendere il mito originale e a rileggerlo in chiave filosofica. In Essere e Tempo (paragrafo 42), egli dimostra l’essenzialità della cura nella vita di ogni uomo e descrive i due volti della dea che ha dato inizio anche alla nostra professione: “Cura, poiché per prima lo ha modellato, lo possegga finché vive”. L’interpretazione che Heidegger propone dei due volti di Cura, colta dalla Fenomenologia, e declinata nella pratica della cura nel lavoro di ricerca di Luigina Mortari (Filosofia della cura, La cura di sé, La pratica della cura, Un metodo a-metodico sono i suoi testi più conosciuti), ci offre una definizione di cura ricca di spunti di riflessione per la nostra professione:

Cura è costantemente preoccupata della fragilità di uomo, essere finito, mortale per costituzione (tornerà alla Terra. È Saturno a fare da arbitro nella discussione sulla sorte di Uomo, e Saturno altri non è che la versione latina del dio greco Chronos, il Tempo. Uomo è soggetto al tempo che passa, non è immortale come gli dei. Il mito spiega così la finitudine umana). È costantemente in affanno, inquieta per il compito che le è stato assegnato di possedere Uomo finché è vivo, di occuparsi delle sue ferite, della sua fragilità. Curarlo.

Cura è anche costantemente sollecita e premurosa con Uomo. Ha il compito fondamentale di farlo fiorire, di aiutarlo
a diventare il meglio che egli può diventare. E ri-fiorire: aiutarlo a ridiventare il meglio che può ridiventare anche dopo la caduta, la malattia, il dolore, l’esperienza della propria fragilità. Educarlo.

Curare e far fiorire/ri-fiorire sono i due volti della cura. A noi risuona come Medicina basata sulle Prove e Medicina basata sulla Narrazione, insieme, mai disgiunte, in sinergia, perché il lavoro di cura è fatto di entrambe.

Questa pagina è dedicata a chi desidera raccontare la propria esperienza di cura.

È aperta a tutte le persone, indipendentemente dalla professione e ruolo che rivestono. Giacché la cura è essenziale alla vita, alla vita di tutti.

Per noi, che abbiamo scelto la cura anche come professione, un motivo in più per scambiarci i pensieri, i sentimenti, le emozioni che abbiamo vissuto e viviamo quotidianamente. Narrare è vivere. Non esiste nessuna esperienza umana fuori dalla narrazione. E della narrazione, della parola che cura ragioneremo e
faremo esperienza insieme, in questa pagina comune.

Antonella Barbierato

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